
















due stelle cadenti ed altrettanti desideri espressi, una ventina di aerei sopra la mia testa e bob dylan e la sua band in prospect park, brooklyn. non male come ultima sera a new york.
vorrei fare ancora un milione di cose in questa citta' e in questa parte del mondo piu' in generale, ma mi resta solo il tempo per preparare un'enorme valigia, prendere un autobus per boston da chinatown (sono i piu' economici e non voglio sapere perche'), cenare con jefferson e salire su un paio di aerei.
oggi giro per harlem, shopping vario, mi sono quasi fatta fare le treccine africane nei capelli, sono entrata in punta dei piedi nel mondo di louise bourgeois al guggenheim e poco altro. che non e' poco.
da domani la niuiorchese torna al paesello. una sorta di ellis island al contrario. e ne parlero' , di ellis island. che in qualche caso bisognerebbe imparare da questi americani.
la fine del viaggio e' molto vicina e new york ha assorbito moltissime energie che non ho potuto usare per scrivere. i pensieri sono stati tanti, le parole da fermare ancora di piu'. gli occhi si sono riempiti di decine di opere d'arte, migliaia di persone formichine brulicanti per le strade, centinaia di grattacieli azzurrini verso i quali alzare lo sguardo.
andando a ritroso.
stasera cinema all'aperto in bryant park, sulla 42 strada, quasi rovinato da un temporale mattutino, ha solo fatto si' che il prato fosse chiuso perche' inzuppato e che noi ci sedessimo ai tavolini verdi che circondano il fazzolettino di erba. robert redford e' molto affascinante come candidato al senato per la california, e fa un certo effetto guardare la faccia sullo schermo in una specie di drive circondato da grattacieli illuminati e dalle luci della citta' che intorno continua a correre.
la giornata pero' e' stata dedicata prevalentemente a salire e scendere dalla subway, il 7th train, una sopraelevata che ti permette di fare il giro del mondo nel queens in un paio d'ore. dalla cina al vietnam passando per l'india, l'irlanda e l'america latina. rumore costante dello sferragliare dei vagoni sospesi sui lunghi ponti in ghisa verde, profumi di spezie e vetrine scintillanti, tentazioni culinarie dietro ogni angolo, ideogrammi cinesi, graffiti e cisterne d'acqua sui tetti piatti incatramati. e manhattan sullo sfondo, al di la' del fiume.
ieri domenica dedicata al vangelo, ma quello cantato nel mio quartiere. le funzioni protestanti durano due ore e mezza. per forza che hanno inventato i gospel. unica bianca tra i banchi stracolmi di donnone nere con l'abito della festa e le voci piu' sensuali e morbide che abbia mai sentito dal vivo, mi sono resa conto che andare in chiesa e cantare e' davvero una gioia. dovrebbe essere cosi' dappertutto. il reverendo, ovviamente nero, era un incrocio tra 2pac e un presentatore tv, grande oratore, nel suo quasi rap sul tema della pace intercalava ei-men e citazioni dal vecchio testamento, e lasciava volentieri spazio al coro in tunica bianca diretto da un incrocio ispanico-africano con baffetti alla clark gable e accompagnato da un organista molto simile a stevie wonder nell'approccio alla tastiera. una sorta di grande show della domenica, in cui il pubblico applaude costantemente e si scatena alle parole 'amate gesu'' o 'thank you lord', muovendo la testa su e giu' e rispondendo ad alta voce con un 'right' 'thatstrue' 'yougotit' and so on.
subway per downtown e frick collection nel pomeriggio, con un paio di tiziano, il tommaso moro di holbein e il san francesco che riceve le stigmate di bellini da togliere il fiato. tutti nella stessa sala. non contenta (e per scappare dalla pioggia) visto anche il whitney museum: arte americana di alto livello, con diversi hopper degni di nota, non fosse altro che per la sospensione del tempo che catturano in quegli interni e esterni cosi' americani, come se qualcosa fosse sempre in procinto di accadere ma non accade mai.
puntata a casa di kate, amica di jason e leah, sull'85 strada vicino alla lexington ave, seguito da un curry ultra super mega spicy al thailandese li' vicino. riparlero' del cibo e proseguiro' questo viaggio a ritroso, probabilmente da casa. e' l'ora di dormire, che domani si tenta dylan a brooklyn.
sono rimasta un po' indietro. nel frattempo ho preso un altro aereo e sono atterrata a new york. fa un certo effetto scrivere "sono a new york". fa molto figo soprattutto. perche' a new york tutto e' figo, tutti sono cool, ogni posto e' IL posto e anche se non ci sei mai stata ti senti a casa.
piu' precisamente la mia casa e' harlem, e faccio la pendolare a downtown ogni mattina. ieri sera sull'autobus per il ritorno (che e' piu' figo della metropolitana, se non altro perche' si vede cosa ti circonda) ero l'unica bianca. me ne sono accorta dopo un bel po', ma alla fine ho capito perche' tutti mi guardavano incuriositi...
oggi tappa al MET che ovviamente non ho finito di vedere, complici un contrattempo e un orario di chiusura scandaloso ( si puo' sbattere fuori la gente dal museo alle 5.15 del pomeriggio?). forse ci tornero' un altro giorno, se avro' finito la lista di cose da fare prima di mercoledi' prossimo. domani sono incerta se puntare sul MOMA o su qualcosa di piu' raccolto, come la frick collection o il guggenheim. andro' dove mi porta l'autobus.
ad ogni modo spero di smaltire le calorie che sto ingerendo soprattutto ultimamente. ieri sera un bel piatto gigante di nachos con chorizo e stasera con la bea in un diner a mangiare la sua ultima cena americana (ovviamente a base di hamburger e patatine), seguita da una cosa che mi vergogno a scrivere... c'e' questo posto attaccato a union square dove la cioccolata scorre a fiumi e si puo' ordinare la fonduta di cioccolato con banane fragole e marshmallow da scaldare sulla fiamma e intingere nel caramello. ebbene si', l'ho fatto anche io. il risultato e' una nausea per qualsiasi cosa abbia a che fare anche solo minimamente con il cioccolato (pure la carta stagnola) ma un pancino soddisfatto di tutte queste goloserie. del resto sono a new york... non posso di certo perdermele.
ho avuto una gloomy sunday, un gloomy monday e pure tuesday, ma mi sto impegnando per non pensarci troppo. del resto fa parte della bellezza del viaggio.
bene e' ora di dormire, domani altra giornatuccia pesante. spero di fare un salto a brooklyn.
eccomi con la puntata numero uno del mio trip.
a dire il vero ho l'aereo tra un paio d'ore e devo passare da casa di jefferson a prendere la valigia, e soprattutto ho l'aria condizionata della boston public library di north end sulle spalle per cui non so quanto tempo resistero' qui a scrivere.
da dove inizio? sono gia' volati 5 giorni, la prima tappa bostoniana si sta per concludere e sono proiettata verso il canada. a casa di jefferson mi sono sentita molto a casa, non fosse altro che e' nel cuore della little italy di boston, con tanto di statue processionali di san giuseppe a cui vengono attaccati bigliettoni verdi e che vengono portate a spalla per hannover st., tra bancarelle di arancini e calamari fritti nella migliore tradizione italiana.
ho sentito l'inno americano almeno una volta ogni giorno, suonato dalla banda, dall'orchestra della marina davanti al municipio di boston e non so da chi altro, e ovviamente c'e' una bandiera a stelle e strisce ogni cento metri.
ieri ero a harvard, dove ho deciso che faro' il mio dottorato per scoprire il significato di alcune decorazioni di soggetto palesemente veneziano nella boston public library. ho gia' scelto il dormitorio che si affaccia sul parco e mi basta fare domanda sono sicura che verro' presa.
l'altro ieri invece sono stata in un altro posto molto veneziano, l'isabella gardner museum: una collezione di questa sciura americana che ha fatto costruire un vero palazzo veneziano a boston e lo ha riempito di un sacco di cianfrusaglie di grande valore, tra cui anche il ritratto di tommaso inghirami by raphael e un ratto d'europa di tiziano. ma la palma di migliore mostra, almeno tra quelle viste fino ad ora, va a una magnifica 'da el greco a velazquez' con capolavori assoluti della pittura spagnola del siglo de oro, al boston museum of fine arts.
di certo non dimentichero' una sorta di aperitivo a base di anguria mango e rum sull'altana (se cosi' si puo' definire una terrazza gigante sul tetto della casa di un amico di jefferson) con vista sullo skyline di boston al tramonto, con le lucine dei grattacieli che colorano di pixel giallognoli il cielo man mano che si scurisce.
starei qui a raccontare migliaia di altre cose, ma credo che rimandero' al prossimo post altrimenti perdo l'aereo (non e' vero ma ho un certo languorino e andro' a mangiare qualcosa delle migliaia di schifezze che offre l'america - il mio tasso di colesterolo sta paurosamente salendo, me lo sento).



