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nel mio paesello c'è un'antica piazza, racchiusa tra due esedre e alcuni edifici che avevano funzione di stalla, dove una volta si svolgeva il mercato dei bachi da seta.
questa piazza è cresciuta attorno ed insieme ad un santuario cinquecentesco costruito in seguito all'apparizione della madonna che si presentò su un albero di noce per indicare la strada a due poveri bambini persi nei boschi, figli dei pochi contadini che popolavano quei territori sotto il dominio dei marchesi crivelli.
sono molte le spose non autoctone che ambiscono la piazza e il bel santuario a pianta centrale (progettato da pellegrino tibaldi) come scenario per il loro matrimonio, e fanno sì che vengano costantemente riempiti gli interstizi tra i pietroni squadrati e i ciottoli di fiume con chicchi di riso, oltre che la chiesa con bellissimi fiori.
davanti al santuario ci sono due grandi portici aperti su tutti i lati, coperti da tegole sostenute da enormi travi di legno tra le quali i piccioni fanno il nido, e proprio sotto a uno dei due portici ho assistito stasera all'estate, quella vera, che mi toglie il fiato e mi rapisce nel bello che si ammucchia e fa gara a mostrarsi.
stavo camminando con giotto poco lontano e mi ha incuriosito un rumore, come di una tv a volume altissimo, che proveniva dall'interno della piazza. sentivo musica, e poi vociare di persone. mi sono avvicinata ad un sottoportico che fa da ingresso alla piazza, e ho riconosciuto un ronzio inconfondibile che mi ha portata indietro di parecchi anni, inizialmente, e mi ha trasportato direttamente in una scena di nuovo cinema paradiso. il ronzio era quello dato dalla bobina che scorreva veloce tra una pizza e l'altra di un proiettore, quasi come un rullare dolce di tamburi, che si amalgamava al sonoro del film sparato da un paio di casse ai lati del portico, e che dava magicamente vita alle scene proiettate su un enorme telo bianco. davanti al telo diverse file di sedie di plastica bianca, e sopra alle sedie, le silhouette di una cinquantina di spettatori, incantati nella magia del film e della notte d'estate.
francis il mulo parlante. questo è il primo film che mi è capitato di vedere in un cinema all'aperto, precisamente all'oratorio, proprio di fianco al santuario. ricordo che era in bianco e nero. ricordo che c'era un mulo che parlava. non so esattamente quanti anni avevo, probabilmente sei o sette, ma sono cose che è difficile scordare. il rumore della bobina e i rumori del mondo che interferiscono liberamente con quelli dei dialoghi e delle musiche.
dolby surround, comode poltrone imbottite, effetti speciali, mega schermi, multisala con popcorn. in realtà la magia di un film viene amplificata dalle zanzare, le stelle in cielo, il caldo appiccicoso e le risate di qualche bimbo unite ai commenti di qualche adulto.
mi sono diretta verso il lungo viale dei cipressi che scavalca un paio di colline con una linea retta. giotto giocava con il suo guinzaglio, uno spicchio di luna sottile appena sopra l'orizzonte aveva proporzioni spropositate, dalla terra già avvolta dall'oscurità spiccavano i moncherini ultracentenari delle statue che si stagliavano sul il cielo più fosforescente di una lampada ultravioletta.
considerando che oggi pomeriggio l'ho trascorso al lago, direi che è stata proprio una bella giornata.
e domani inizio gli orali della maturità.
primavera instabile quanto instabile sono io.
odio la pioggia continua per settimane. sembra che l'italia nord occidentale sia l'unica oasi d'autunno in mezzo alla primavera che sta per cedere il passo all'estate. quasi come se mi dicesse: vattene da qui, trova un posto al sole.
è sfumata una possibilità che mi aveva elettrizzato per un paio di settimane: insegnare storia dell'arte nel liceo artistico della sede romana della mia scuola, almeno per il prossimo anno scolastico. ci avevo creduto un bel po', mi ero quasi spaventata all'idea di trasferirmi in una città tanto meravigliosa e tanto diversa rispetto alla dimensione di paesello della mia adorata venezia.
potrebbe ripresentarsi, questa possibilità, l'anno successivo, ma per ora sto qui. dovrei gioire, la mia cattedra sarà da diciotto ore invece che dodici, proprio come una vera cattedra completa. ma poco o niente cambierà rispetto a questo anno volato lentamente, in una solitudine che mi sta trascinando in basso.
mi sono accorta di essere diventata estremamente taciturna e insofferente. non rido più insomma. non mi piace stare con la gente. non parlo in casa, non parlo fuori, non esco, non vedo nessuno. è questa la mia vita. non quella che mi sforzo di dipingere con fotografie sorridenti e post idioti sul blog.
al mattino indosso una faccia da prof chiacchierona, quasi come se mi interessasse solo discorrere di storia dell'arte, quasi come se tutte le parole che non dico durante il giorno le concentrassi mentre spiego masaccio e l'oreficeria altomedievale, mentre durante tutto il resto della giornata mi rifugio nei miei pensieri, nelle mie letture, nelle mie faccende che da poco hanno ripreso ad essere libere dalla schiavitù della ssis.
progetto vacanze irrealizzabili e ovviamente solitarie, mando sms a cui nessuno si degna di rispondere, ma ormai ci sono come abituata, quasi come se il mondo andasse proprio così. ogni sera andare a dormire con la consapevolezza di non essere stata in grado di uscire da questo circolo vizioso mi corrode il naso, sale fino agli occhi e mi fa addormentare.
è vita questa?
in questi giorni riflettevo sul fatto che nella storia dell'arte l'immagine della crocifissione è molto più diffusa rispetto a quella della resurrezione.
penso a tutti i crocifissi dipinti che sono arrivati fino a noi dal medioevo. christus patiens, christus triumphans, crocifissioni, deposizioni dalla croce, compianto sul corpo di cristo morto. quasi come se l'aspetto più crudele della vicenda di Cristo fosse più importante dell'aspetto trionfante.
il potere dell'immagine cruda, terribile, legata a un evento tanto umano quanto tragico come la morte, è mille volte più forte dell'immagine quasi ultraterrena della resurrezione.
forse è tale l'attrazione morbosa dell'uomo verso la rappresentazione del male. o forse è questa la forza di un Dio che non si vergogna di morire e di mostrare la sua morte, nella sua insensatezza.
penso alle infinite rappresentazioni di madonne con bambino, in cui il figlio porta, pur così piccolo e paffuto, i segni della sua adultità e del suo tragico destino: un grappolo d'uva come rimando al vino che diventerà sangue nell'ultima cena, lo stesso sangue che sarà versato sulla croce; un corno di corallo rosso, un pettirosso in mano, un melograno aperto con il suo succo aspro e rossastro.
maria ha spesso uno sguardo triste, che fugge lontano, conscia del destino del suo unico figlio che è quello di essere deriso, incoronato di spine, flagellato e infine ucciso.
il corpo del bambino è spesso appoggiato ad un parapetto di marmo che rimanda subito al marmo del sepolcro in cui verrà rinchiuso per tre giorni come giona fu rinchiuso nel ventre del pesce. a volte poggia il capo su un cuscino di velluto nero.
spesso ha gli occhi chiusi in un sonno che è un sonno di morte, completamente abbandonato sul grembo della mamma.
mentre fuori soffiava un vento caldo, quasi infuocato che sbatteva le foglie contro le enormi finestre di un municipio di provincia, dentro un'elegante sala consiliare con stucchi sulle pareti e lampadari in cristallo ho assistito a una conferenza per non dimenticare.
non dimenticare che l'uomo, in preda a deliri di onnipotenza della tanto celebrata "ragione" come unica e infallibile istanza, annientato qualsiasi spirito religioso e adorando al suo posto gli idoli della Perfezione e dell'Efficienza, ha messo in moto e portato avanti sei milioni di volte una macchina spaventosamente perfetta destinata alla produzione di morte, fine a se stessa.
ebrei, zingari, omosessuali, psicotici, disabili, bambini, anziani, donne, malati.
c'è chi dice che hitler sia stato il più grande pedagogista della storia, e a ragione: nessuno come lui è stato in grado di insegnare ai deportati a morire, alle SS ad uccidere, a tutti gli altri a stare zitti.
dio è arrivato in ritardo sei milioni di volte. perchè? è stato cattivo e non ha voluto intervenire? è stato buono ma non ha capito quello che stava succedendo? o forse dio non è onnipotente e quindi non ha potuto intervenire ad Auschwitz?
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno:
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.
Primo Levi
mia nonna aveva una cugina che sessant'anni fa diventò suora ed andò in india a curare i malati.
tornava a casa una volta ogni due o tre anni, ricordo che quando ero piccola il suo ritorno era l'occasione per solenni riunioni di famiglia, con tanto di foto e pranzi al ristorante. era sempre vestita con una tonaca e il velo grigio, nei lineamenti somigliava a quella nonna che io non ho mai conosciuto, aveva una voce dolce, balbettava leggermente, sorrideva sempre, forse perchè un po' miope, e ogni tanto parlava quello strano inglese con accento indiano-brianzolo che aveva imparato per conto suo, probabilmente tenendo in braccio qualche bambino denutrito e sporco, o accarezzando la mano di qualche anziano sdentato. ci raccontava della povertà e dei tifoni che si abbattevano regolarmente su quello che era appena stato costruito: un ospedale, una scuola, delle case, per cui toccava ricostruire tutto nuovamente, e servivano soldi, aspirine, quaderni. perchè i bambini indiani che non avevano soldi per comprare i quaderni scrivevano solo con la matita e quando avevano finito il quaderno cancellavano tutto e riscrivevano sulle stesse pagine. non so se fosse solo una storiella che mi raccontava per farmi sentire fortunata.
regolarmente arrivavano a casa quelle buste per la posta aerea, fatte di carta leggerissima, bordate di rosso e blu, indirizzate a mia mamma con una calligrafia stanca di altri tempi, con una serie infinita di strani timbri e francobolli. ogni lettera era un lungo elenco di disastri, malattie, povertà, dolore, e una mesta richiesta di aiuto, soldi, soldi, soldi, per costruire, portare a termine progetti, curare. chiedeva notizie dei parenti malati, dei piccoli grandi drammi familiari che di fronte a quanto raccontava lei suonavano sempre come una sciocchezza da bambini viziati.
provavo sempre un certo imbarazzo quando, vestiti della domenica, andavamo a mangiare con lei succulenti pasti in ristoranti sciccosi. la osservavo mangiare, lei diceva di mangiare riso e lenticchie e poco altro in india, e si vedeva che era quasi disabituata a tutte le prelibatezze del cibo italiano, che assaporava con una certa soddisfazione.
raccontava che avevano bisogno di aiuto e una volta mi chiese tenendomi la mano, con semplicità e gentilezza, se non volevo andare in india con lei, diventare una suora, per aiutare lei ma soprattutto aiutare i suoi bambini, le sue mamme e i suoi vecchi, "perchè abbiamo tanto bisogno di giovani come te". mi raccontava di lunghi viaggi in aereo, in cui si imbottiva tasche nascoste sotto alla tunica di dollari in contanti, perchè era l'unico modo per portare denaro che non andasse sprecato, che venisse usato nel migliore dei modi, per comprare le medicine, le siringhe, i vaccini.
suor stefanina è morta ultra-ottantenne stamattina, la notizia si sta diffondendo con un sommesso tam tam telefonico che è arrivato fino a qui dall'india. è morta circondata dalle suore della sua congregazione che si sono prese cura di lei in questi ultimi anni in cui lei aveva perso un po' il senno e la salute, tant'è che non tornava in italia da parecchio tempo e sapevamo che non sarebbe tornata più.
era solo una piccola grande suora che ha dedicato agli altri sessant'anni della sua vita, come fanno tante piccole grandi suore in india, in italia, in africa e in america. un po' la invidio per il suo coraggio. curioso come proprio domenica scorsa mi sia capitato di pensare a lei mentre progettavo quello mi piacerebbe fosse il mio prossimo viaggio, proprio in india, possibilmente la prossima estate: più che un viaggio di piacere vorrei raccogliere il suo invito di un po' di anni fa, quando mi chiese di andare da lei, diventare come lei.
non sto pensando di diventare suora, ma sto seriamente pensando che mi piacerebbe donare un po' del mio tempo agli altri. e poi chissà, la provvidenza... suor stefanina diceva sempre così.
il suo funerale verrà celebrato nei prossimi giorni da due vescovi, uno dei quali era un bambino che lei aveva accolto nel suo orfanotrofio tanti anni fa.
mi sono stufata di stare a letto, a pancia in su, guardando il soffitto o al massimo un libro tenuto in alto con le braccia che dopo qualche minuto si stancano. ho ancora negli occhi il messico, che non ho potuto salutare come si deve, che ho dovuto lasciare in fretta, non a causa di un uragano.
sarei potuta impazzire dal male.
la mia schiena mi ha giocato un brutto scherzo, non avevo mai sentito dolori simili, eh sì che sono esperta di ernie, eh sì che ero preparata, con medicine pensate per il peggio e rivelatesi perfettamente inutili perchè quel peggio era impensabile, eh sì che avevo passato tre settimane d'incanto e stava per arrivare la parte migliore. ero nella spiaggia più bella, col mare più blu che si può, in una capanna che più di paglia non poteva essere... e purtroppo non me la sono potuta gustare fino in fondo, a dire il vero quasi per niente. certo, la porta era aperta e da lì vedevo il mar caribe, la sabbia e le palme, la gente che sin dalle prime ore del mattino andava a fare il bagno, o sentivo la musica fino a notte fonda dal barettino davanti alle onde. contavo le ore che mancavano al giorno dopo, quando la medicina avrebbe dovuto farmi effetto, e provavo a non ascoltare il dolore. non sempre ci riuscivo. a dire il vero ad un certo punto non ho più resistito.
ora il dolore sta passando, lentamente, ma continuo a stare stesa ad aspettare. credo siano due settimane esatte da quando mi sono sdraiata. mi sono sdraiata sotto a un tetto di paglia, piena di sabbia e sale, e poi mi hanno sdraiato nel letto di un piccolo ambulatorio, pieno di formiche a quanto mi diceva emil. ma io non le vedevo neanche. poi ancora mi hanno sdraiato su un'ambulanza e poi ancora in una clinica di cancun. lì sono stata sdraiata due o tre giorni, non saprei. mi hanno alzato giusto in tempo per farmi sdraiare su quattro sedili liberi di un volo intercontinentale anticipato, mentre dormivo, perchè oltre allo stare sdraiata e a sentire dolore, è stata questa la mia terza grande occupazione. mi hanno sdraiato nell'aereoporto di madrid e ancora su un aereo per malpensa. credo che fossi dispensata dalle cinture di sicurezza. o semplicemente non ricordo che qualcuno me le abbia allacciate. un'altra ambulanza italiana mi aspettava a milano e sono arrivata all'ospedale sdraiata. così sono rimasta una notte e il giorno dopo. insomma, ormai si è capita la solfa, e non c'è poi tutto quel gusto a raccontare di essere sdraiata nel proprio letto. è molto più delizioso raccontare che ogni tanto mi alzo, con le stampelle, arrivo fino al bagno, poi torno indietro.
non sono in pericolo di vita, il mio è solo dolore, non ho avuto paura, solo male. ed è una sciocchezza rispetto ad altri mali più pericolosi. ho sempre avuto qualcuno al mio fianco, e ho pur sempre passato tre settimane in un posto d'incanto. nella foto lì sotto sembro il papa che sta dando la benedizione urbi et orbi. in realtà è un segno di vittoria sotto l'effetto della morfina perchè sapevo che tutto quello di straordinario che mi stava capitando l'avrei raccontato con un sorriso. certo non pensavo che sarebbe stato così difficile, ma nemmeno credevo si potesse essere così felici quando qualcuno ti passa sul corpo una spugna imbevuta d'acqua e sapone per togliere lo sporco e la sabbia di tre giorni prima, o quando riesci da sola a lavarti i denti reggendoti sul lavandino.
forse qualcuno avrebbe preferito sentirsi raccontare del messico, per stasera va così, ci sarà tempo anche per quello.
una domenica mattina assolata e deserta si è conclusa davanti a un piatto di ciliegie, con due rose bianche e una blu, in una casa di nonni piena di centrini e vecchie fotografie appese alle pareti. ho visto posare con leggero imbarazzo una giovane sposa con velo e crinoline e un bel ragazzo impettito nel suo abito della festa. ho sfogliato le pagine di un album conservato sulla credenza del salotto come un antico reliquiario sulla mensa di un altare, saltando tra i decenni, ammirando signorine sorridenti con cipria e rossetto in perfetto stile telefoni bianchi, facendo l'occhiolino a improbabili costumi da bagno e cappellini su spiagge ancora deserte, sedendomi sul terrazzo della casa al mare che era così spazioso.
ho perso tutti i miei nonni, alcuni prima che potessi rendermi conto di averne, altri quando ancora non avevo realizzato quanto fossero preziosi, ma ieri mi è parso di averne trovati di nuovi nel paese delle mele.
hanno un odore tutto loro, i nonni. un po' come quello dei bambini. sanno di naftalina e caramelle allo zucchero, con il soggiorno immacolato e che vergogna ricevere questa bella signorina in cucina così, mentre stiamo ancora finendo di pranzare.. almeno la tovaglia ha dipinti tutti i frutti che uno vorrebbe avere in tavola: le fragole, le ciliegie, le mele, le banane. e le ciliegie si mangiano "con gli ossi", che ho sentito che fanno bene, e così non si butta via niente. dieci a me, dieci a te.
i nonni hanno sempre due gingerini nel frigo, che non si sa mai chi viene a trovarci. e le nonne danno sempre la mancia, magari scrivendo su un bigliettino, con la loro calligrafia tremolante, dieci euro per il compleanno e cinque euro per l'onomastico.
è difficile scrivere dopo quello che ci è successo domenica sera.
quando chiudi gli occhi e non sai se li riaprirai. quando il tempo si ferma e non c'è più un prima, un dopo, ma soltanto quell'adesso che non sai dove ti porta. quando non hai nemmeno tempo di affidarti a Dio, ma evidentemente Lui ci ha pensato già per te, e ti fa ascoltare il botto, annusare l'odore degli airbag scoppiati, realizzare che non si sa come ma ci sei ancora, e lui c'è ancora, e sei tutta intera, e lui è tutto intero, un'anima che trema e piange e non capisce, un'altra anima che la consola.
è il suono del treno che viaggia nel buio
la complicità di qualche canzone pescata a caso dall'ipod
strane coincidenze che hanno portato la mia vita a ributtarmi sullo studio e nel nord est
l'altra sera ho avuto la sensazione chiara di sentire le onde della mia esistenza muoversi calme e piene nella percezione limpida che ho della mia situazione.
limpida la percezione, confuso il tentativo di metterla in parole.
questa felicità legata ad una malinconia dolce, a sentimenti nuovi e antichi, a desideri sempre uguali a se stessi, mai realizzati ma proprio per questo magnetici.
sono nell'anno dei ventisette, ho persino un lavoro e sottili rughe intorno agli occhi, che cerco di cancellare con cremine dai nomi fantascientifici, chissà poi perchè. mi sembra di riuscire appena a ricomporre i pezzi di un'epoca, con i suoi pittori, letterati, pensatori, e poi mi accorgo che è solo un'illusione, che la realtà è molto più complicata e inafferrabile.
ho bisogno di venezia. camminare frettolosamente nelle calli in cui si riversano gli odori, i rumori, i colori persone edifici acqua. andare a fare la spesa con il carellino, passando sotto panni stesi, vasi di gerani, girandole colorate, piccioni insopportabili.
fatico ad incastrare venezia in questa vita di oggi. vorrei incastrare troppe cose. non mi accontento. ma sono contenta.
non possedeva quasi niente la mia gatta vecia.
le avevamo regalato noi un paio di cestini e un collare rosso con attaccate le chiavi di casa della sua porticina privata. aveva un modesto servizio di ciotoline in plastica colorata: una per i croccantini, una per la pappa, una per il latte. non si degnava di bere acqua: solo latte fresco, appena prelevato dal frigorifero.
ultimamente era diventata una rompiscatole sorda, che miagolava a vuoto nel bel mezzo della notte, ma quando si faceva riempire di grattini dietro le orecchie e sul collo le perdonavamo tutto.
rispondeva per noi al telefono se non eravamo in casa. diceva: "sono diana, la gatta di questa famiglia. i miei padroni non sono in casa ma se lasciate a me un messaggio glielo riferirò".
ci comandava tutti a bacchetta, con quel suo fare un po' bisbetico ed allo stesso tempo da gran signora. sono certa che il pelo le ricopriva un musino ormai rugoso, vecchia micia centenaria che ci osservava con i suoi occhi grandi e scuri, vispi e arzilli quando si trattava di afferrare un pezzetino di pollo, saggi e giudiziosi quando si acciambellava sul suo cuscino nell'attesa di addormentarsi.
non è rimasto quasi nulla di lei, se non un silenzio irreale interrotto dalla tentazione di chiamarla per farla salire sulla mia sedia durante la cena, quando allungava le zampine anteriori sul tavolo e reclamava la sua razione di bocconcini prelibati.
lo so, non si trattava di una persona, era soltanto una gatta.
diana, non mi hai aspettato. magari ti saresti addormentata più serena per l'ultima volta se ci fossi stata lì io a farti qualche grattino.
c'è anche da dire che oggi è l'11 settembre. stavo verniciando di rosso coi bordi gialli la cassapanca in giardino, ero in costume da bagno, avevo un esame da preparare e tanto tempo libero da riempire. ricordo di non aver capito bene cosa stesse succedendo in tv. nel mio mondo fatto di persone buone che si vogliono bene, senza imbroglioni, cattivi, malintenzionati, faccio fatica ad accettare che le cose brutte mostrate in tv accadono nella realtà quella vera.
ecco, era solo un pensiero. tanto è stato tutto già scritto. ma un pensiero almeno quello sì.
eyal, un ragazzo israeliano che ho conosciuto in norvegia l'anno scorso e con il quale ho mantenuto contatti telematici piuttosto frequenti, sarà in spagna nello stesso periodo in cui ci sono io. mi è parsa una cosa naturale proporgli di incontrarci in qualche tappa del mio giro, in caso fossero combaciati i tempi e gli spostamenti, non appena ho deciso la mia destinazione.
la madre di eyal mi ha chiamato oggi, quasi in lacrime, chiedendomi di non far viaggiare da solo il figlio. ha paura che gli succeda qualcosa. mi ha supplicato di andare in giro con lui, e di dire alla gente che è italiano, non menzionare mai il fatto che è un ebreo. lui ha voluto comprare un biglietto per l'europa a tutti i costi, anche se le autorità israeliane consigliano ai loro cittadini di non viaggiare all'estero, anche se la madre gliel'aveva proibito. l'unica cosa che ha potuto fare è stata questa telefonata di supplica ad insaputa del figlio, come se il mio mestiere fosse quello di guardia del corpo, come se il mio essere italiana, non ebrea, mi trasformasse magicamente in uno scudo contro le bombe, i rapimenti, le ritorsioni.
forse la mamma di eyal sta esagerando, si preoccupa troppo. forse eyal starà più al sicuro in andalusia che non a tel aviv. io non mi ero neppure posta questo problema.
quello che importa, però, è che una mamma è terrorizzata dal fatto che possano perseguitare il figlio solo perchè è ebreo.
quello che mi ha sconvolto, è che non si tratta di un paragrafo letto su un libro di storia del liceo: è una telefonata sul mio cellulare, datata 30 luglio 2006.
mi scorre sempre un gelido brivido per la schiena quando mi accorgo che i grandi eventi - che ormai entrano ed escono dalle nostre case come se fossero spifferi di vento, entrano ed escono dalle nostre orecchie come se fossero canzonette alla radio - si mischiano ai piccoli episodi di cui sono coprotagonista. peccato che i piccoli episodi prevedano la possibilità di cambiare il corso degli eventi con le proprie azioni, a differenza della Grande Storia che sembra così inarrivabile, impossibile da manovrare, far deviare.
odio questa impotenza mia, e non solo mia, davanti alle decisioni di certi "signori della guerra" che si nascondono dietro alle loro scrivanie, dietro ai loro sorrisi di plastica, dietro a strette di mano ghiacciate.
serata un po' così. sono finita tra i grilli con la bici. ho anche rimesso il grassino alla catena, cavoli com'è silenziosa ora! non pensavo che servisse a quello. evidentemente ne aveva bisogno, dopo una decina d'anni di utilizzo senza nessun tipo di manutenzione se non un paio di gonfiate alle ruote.
stanotte ho sognato che salivo su un aereo per l'america. la destinazione precisa non la conoscevo anche se pensavo di averne preso uno per san diego. a bordo delle hostess sui 15 anni si avvicinavano e mi appiccicavano strisce di nastro adesivo sulle braccia come per farmi la ceretta. alla fine scoprivo che l'aereo se ne andava ad atlanta in georgia. e io come facevo ad arrivare dove dovevo arrivare da lì? non penso che lo saprò mai.
ad ogni modo, si sappia che quando avrò una casa mia tutta per me comprerò lo stretto necessario. perchè avere tre o quattro servizi da caffè? giusto per il gusto di riempire una o due vetrinette che poi eh no bisogna svuotarle e pulirle perchè sai quanta polvere ci si ferma dentro durante l'anno? che tanto si risporcano di nuovo anche senza usarle.
quanto odio le Grandi Pulizie.

c'è questa foto che mi piace particolarmente. tecnicamente non è uscita alla meraviglia ma ero senza cavalletto e non ho voluto ritoccarla con photoshop, però il soggetto mi fa rabbrividire. anche un po' i colori. anche un po' le luci. nella foto non si vede il lampione arancione che illumina le foglie, ma è più presente il lampione che non l'albero mosso dal vento non vi pare?
giornata riflessiva oggi. tornando con il trenino stasera, a metà strada tra un'acquazzone e il sole. con i condomini che diventano palazzine che diventano villette che diventano prati. notavo che dal treno non si vede mai la gente che popola quegli spazi. o meglio, sono sporadiche macchiette che animano scene perlopiù deserte, quasi irreali nella loro immobilità. una donnina affacciata al balcone alle prese con scopa e paletta. il nonno con il bambino che fa ciaociao al treno. pendolari che scendono con la stanchezza a tracolla, insieme a borse, borsine, sacche, zainetti, sacchetti, ombrelli. macchine parcheggiate sotto casa, come se fossero ferme da decenni nello stesso posto. gran brutta cosa, fare la pendolare. soprattutto quando cactus tree ti prende di sorpresa tra le altre canzoni che iniziano per c e ti vien voglia di piangere.
succede che mentre si cerca di catturare queste pennellate qualcuno ti prenda per una signorina di quelle che aspettano l'autobus tutto il giorno sotto il sole cocente dove non c'è nemmeno il cartello della fermata e tu chiedi alla tua mamma: mamma mamma ma cosa fa lì quella signorina seduta? chi sta aspettando?
non mi pareva di essere vestita in modo molto provocante. avevo la tuta e la felpa con il cappuccio, la bici di fianco a me e una macchina fotografica. e non ero neanche su una di quelle strade piene di signorine. eppure si avvicina un tizio di colore, su un motorino, che chiede: "quanDo vuoi?" con un esplicito segno fatto con la mano.
quanDo?? facciamo finta di non aver sentito carino.



oltre ai grilli e ai profumi di erba tagliata, oltre alle piante che traboccano di fiori di sambuco ed al cielo carico di soffioni, mi ero dimenticata una delle trovate più meravigliose dell'estate: le lucciole. stasera camminavo inebriata dalla novità della notte tiepida e ho visto tutto ad un tratto una lucina verde che brillava per aria, seguendo rotte intricate e mutevoli, soffermandosi in prossimità di una foglia o di un muretto. l'ho seguita per un po', finchè lei è andata per la sua strada, ed io per la mia. avrei voluto prendere un vasetto di vetro e racchiuderla per farmi strada, con la sua lucina, tra i sogni di questa notte, ma ho pensato che dopotutto se ne sta meglio ad annusare l'estate che avanza ed il fresco che sale dai campi, magari insieme ad una sua amica altrettanto sbrilluccicosa.
e per fortuna che ieri sono andata in giro per i laghetti della brianza, visto che oggi non se ne parla. giornata grigissima, qualche gocciolina qua e là, e un sonno catastrofico che non mi abbandona da una settimana abbondante (nonostante dorma più di un ghiro).
le ultime novità della ila sono le seguenti:
martedì ho un colloquio per lavorare in un negozio di abbigliamento al mattino, in piazza duomo.
fine delle novità.
ok, so che dopo tutto questo non scrivere che ho fatto ultimamente uno si aspetta qualche particolare in più, ma tanto cosa vi racconto?
avrei bisogno di svegliarmi da questo torpore! datemi un litro di caffè, una decina di pizzicotti ogni ora, riempite il mio cervellino di stimoli. vi prego fate qualcosa, o questo blog diventerà il blog di una rognosa che non è mai contenta.