sono gia' immersa da qualche giorno nel portogallo di braga e guimaraes, tra poco vado a porto, e sono gia' passata per santiago e barcellona. il mio viaggio per ora e' lungo una settimana, e' stata una settimana lunga. sembrano passati mesi. forse perche' la distanza da casa quest'anno e' piu' una mancanza. non di qualcosa, ma di qualcuno.
ha fatto caldo, molto caldo a barcellona. il piede destro si e' ribellato dopo aver attraversato la citta' a piedi passando per la rambla, l'exaimple e gracia, e mi ha costretto a due giorni di sosta forzata nella spiaggia della barceloneta. un po' cannaregio, un po' rimini, con le sue case a blocchi rettangolari, i balconi in ferro con i panni appesi, le trattorie di pesce molto rustiche (incredibile da can mano), la sabbia e i topless di dubbio gusto.
ha piovuto, fatto freschino, sopprattutto a santiago, ma la spiritualita' che si respira li' e l'invidia per tutti quei pellegrini che hanno sui piedi e sulle gambe i chilometri percorsi, e sulla bocca un sorriso e una soddisfazione per essere arrivati alla meta, mi ha fatto dimenticare l'umidita' costante nelle case e nelle strade. ho anche avuto la fortuna di conoscere dei ragazzi di santiago: una rarita' se si conta il numero di pellegrini e turisti al confronto. kiko e alvaro, il primo minatore nazionalista, l'altro latin lover tamarro, incontrati in un bar di pontevedra al pomeriggio e rivisti alla sera in una bettola del fratello di kiko che mi ha anche portato ad una sagra di paese li' vicino con tanto di orchestra di liscio e ragazzine in tiro per le grandi occasioni mondane.
da due giorni invece ho cambiato paese, e non so come possa essere piu' lontano il portogallo dalla spagna per abiutudini e orari. l'ho sperimentato restando senza cena: se in galicia e catalunya si cenava tra le 11 e mezzanotte, qui alle 10 e' tutto chiuso. forse e' un posto piu' "normale", ma mi ero abituata all'anormalita' della spagna, alla sveglia tardi, al pranzo tardi, alla cena tardi, alla nanna tardi.
c'e' da dire che questo ritorno alla "normalita'" e' ampiamente compensato dagli azulejos che decorano le case, le chiese, gli interni e gli esterni, con meravigliosi giochi geometrici e floreali, o poetici racconti in bianco e azzurro di sapore settecentesco.
ho saramago che mi accompagna: una matita per cerchiare i nomi dei posti visitati, la stessa matita per sottolineare frasi che avrei potuto scrivere anche io, magari non cosi' bene, ma altrettanto sentite.
dev'esserci senza dubbio un dio dei viaggiatori benintenzionati.
l'estate scivola via come io scivolo nell'acqua del lago alla ricerca di un po' di fresco. non che il caldo mi dispiaccia, anzi, gioisco alle uscite serali in canotta e sandali.
sto iniziando a meditare alla valigia, che quest'anno non dovrà superare i quindici miserrimi chili di ryan air, per quattro lunghe settimane di viaggio tra l'assolata barcellona, la piovosa santiago e il ventoso portogallo.
ho voglia di partire, di incontrare, di imparare, vedere, parlare. ma lascio a casa qualcuno che giorno dopo giorno sta diventando sempre più indispensabile. certo, ritroverò jefferson a barcellona, la mari a porto, forse rob il canadese da qualche parte a qualche punto. ma vorrei infilare in valigia una barbetta incolta con capelli lisci lunghi che incorniciano e dividono un viso carino e gentile, un sorriso timido e sincero, mani sempre impegnate a stuzzicare le mie. forse per la prima volta non sono contenta di stare lontano da casa per così tanto tempo. per fortuna che il viaggio fa cambiare la percezione del tempo, e quattro settimane sembreranno una quindicina di giorni. o forse no?
sto ascoltando tanta buona buonissima musica, soprattutto dal vivo.
non so se sia una cosa direttamente legata all'estate, probabilmente in estate ci sono più possibilità.
tanta, tanta musica diversa. con tante meravigliose persone, a iniziare dagli u2 a san siro due sere fa, passando per i sulutumana alla sagra di paese, senza dimenticare i cori del concorso di legnano provenienti da tutto il mondo: giappone, norvegia, cuba, inghilterra..
cosa sarebbe la mia vita senza musica? non lo dico come un'adolescente. lo dico come una quasi trentenne che si dispiace per non aver mai avuto la possibilità di impararla davvero, la musica.
come fanno le persone senza musica? ne conosco tante, che non ascoltano musica, o ascoltano una musica che è quasi spazzatura.
soprattutto, non è esattamente la stessa cosa ascoltarla con un paio di cuffie, o sentirla in una meravigliosa chiesa affrescata nel cinquecento, con gli armonici che riempiono lo spazio e si scontrano con le pareti e le volte, si infrangono contro le colonne o girano intorno creando eco meravigliose, arrivando alle orecchie degli ascoltatori tra scricchiolii di panche, colpi di tosse e fruscii di vestiti.
non è esattamente la stessa cosa ascoltarla da un asettico cd o immersi in uno stadio con settantasettemila persone che cantano all'unisono la stessa melodia, con a fianco qualcuno che entra nello stesso vortice di suoni, di luci, di brividi in cui sei tu.
ci vuole un po' di coraggio a riprendere la scrittura dopo mesi di abbandono, perlomeno in questa sede.
ma la serata fresca con grilli in sottofondo e gatto affacciato alla finestra, musica corale cubana, l'estate che si presenta in tutta le sue opportunità, e un certo prurito nei polpastrelli, mi suggeriscono le parole, le virgole, i punti e le pause.
classico temporale estivo, quello del tardo pomeriggio, ma visto da una barca sul lago di pusiano, uno dei tanti laghi laghetti laghini disseminati tra le colline della brianza. un aperitivo terminato con dolce in riva al dolce lago un po' arrabbiato a dire il vero, nei colori grigio profondo e verde carico.
la serata prima trascorsa a parlare di insieme N e aberrazioni marginali, prospettiva come forma simbolica, viaggi fatti e progettati, tè verde al gelsomino e tisana di st. john's worth.
il portogallo che si avvicina, il concerto degli u2 a poco più di una settimana, un'altra notte prima degli esami vissuta dall'altra parte con il dispiacere di lasciare una bella classe, forse per la prima volta.
tanti giri in bici, più di 300 chilometri in un paio di mesi, a scoprire, riscoprire, studiare, ripassare gli itinerari nei boschi, lungo i fiumi e i laghi, sentieri di viandanti e strade asfaltate sotto il sole di mezza estate e di mezzogiorno.
e per stasera basta così.
L’ANISA, Associazione Nazionale degli Insegnanti di Storia dell’Arte, presa visione di un documento
in bozza completo di quadri orari, riguardante i nuovi curricula dei Licei, esprime sconcerto e viva
preoccupazione in merito alla presenza della Storia dell’arte nella Scuola italiana. Come nostro
costume, non vogliamo farne una difesa corporativa, ma solo sollevare un problema di congruità e di
qualità formativa.
In particolare ci sembra del tutto ingiustificato che le ore di insegnamento di Storia dell’Arte
diminuiscano al liceo artistico per evidenti ragioni di indirizzo di studi e, soprattutto, che al liceo
classico, si adotti la scelta penalizzante di assegnare una sola ora settimanale alla disciplina, sia al
biennio che al triennio, laddove il ministro Gelmini si era impegnato ad aumentarne la presenza. Se
infatti ci si ferma ad un puro calcolo aritmetico, rispetto al corso classico tradizionale, la disciplina
aumenta di 1 ora il suo monte orario nel quinquennio (attualmente è presente solo al triennio con 1 ora
nei primi due anni e 2 ore al terzo anno). Ma sul piano dell’efficacia didattica che peso può avere
l’insegnamento di una disciplina per una sola ora settimanale, specialmente nell’anno finale quando la
Storia dell’arte è il perno su cui ruotano la maggior parte dei percorsi interdisciplinari che gli studenti
elaborano per gli esami orali?
Senza parlare del fatto che, vista l’infondatezza didattica di un insegnamento con una unica ora
settimanale, nella maggior parte dei licei classici sono da anni in atto sperimentazioni consolidate che
vedono la presenza della disciplina per 2 ore settimanali per cinque anni per cui, di fatto, il previsto
scenario dimezzerebbe non innalzerebbe il monte orario del suo insegnamento.
Si chiede pertanto di assicurare agli studenti della Scuola italiana e, in particolare, a quelli del liceo
classico ed artistico, un insegnamento della storia dell’arte adeguato affinché si possa garantire in modo
efficace la formazione disciplinare e culturale dei nostri studenti. Infine, se vogliamo che i cittadini di
domani difendano i principi enunciati nell’art.9 della Costituzione, occorre che conoscano il
patrimonio storico-artistico che saranno chiamati a salvaguardare. O è proprio questa consapevolezza
che si vuole cancellare?
Clara Rech
Presidente Nazionale ANISA per l’educazione all’Arte
Ieri sera sono stata all'inaugurazione di una mostra di pessima "arte" contemporanea in una chiesa sconsacrata vicino al tribunale di como, quello di olindo e rosa per intendersi, appena fuori dalle mura antiche della città.
mi ha attirato il volantino visto in biblioteca: "verranno forniti assaggi di cioccolato abbinato alle diverse opere d'arte fino a esaurimento scorte".
convinta che le scorte fossero già esaurite all'ora in cui sono arrivata io, sono invece riuscita ad accaparrare un sacchettino di cioccolatini e ho iniziato ad aggirarmi per pessime installazioni ammassate con finto stile negli spazi affascinanti della chiesa vuota, seguendo le istruzioni e mangiando i diversi cioccolatini (nocciola, fondente, al latte, ai cereali) a seconda dei settori della chiesa.
la musica di sottofondo era pessima come le opere: un'accozzaglia di versioni pop dello stabat mater di pergolesi mischiata a musica commerciale di serie b.
si salvavano due o tre opere che potevano avere un futuro nel bagno di qualche capriccioso riccone ignorante, ma le altre erano davvero pateticamente vuote. c'era anche un artista che elencava i significati di insulse tavole che scimmiottavano i generali di baj con un misto di basquiat e keith haring dei poveri, dicendo: questa linea vuol dire questo, questi punti invece quest'altro, questi inserti ricordano questa cosa ecc. io intanto pensavo che piuttosto avrei preferito risolvere i rebus della settimana enigmistica.
oltre a mangiare il cioccolato il mio scopo era anche quello di incontrare l'uomo della mia vita, un trentenne molto figo e intellettualoide, interessato all'arte, possibilmente benestante e di como.
ma ovviamente mi è andata meglio col cioccolato.
domani vado a venezia per un funerale.
l'occasione non è delle più felici. se n'è andata una parente alla lontana, anziana e malata da tempo, ma non riesco a contenere l'eccitazione per tornare in laguna, anche se si tratterà di una toccata e fuga. non credo ci sarà acqua alta, come all'ultimo funerale a cui ho partecipato, con tanto di motoscafo diretto all'isola di san michele, ovvero al cimitero dei veneziani.
dovrebbe essere una perfetta giornata di sole e freddo, una di quelle giornate che tanto mi mancano dei miei anni universitari. una di quelle giornate trascorse da una biblioteca all'altra, in diverse parti della città, camminando con la sciarpa al collo e i riflessi del sole nell'acqua scintillante dei canali, che accendono gli intonaci scrostati dei palazzi.
vorrei fare un salto in università, catturare una frazione di lezione a san sebastiano. chissà che lezioni ci sono domani verso l'ora di pranzo.
vorrei passare in dipartimento, salutare il mio prof di tesi e qualche ex compagno che non si è staccato dall'ambiente universitario, ma non metto piede in dipartimento da troppo tempo, e so che la sede è cambiata, e mi sentirei spersa senza più le mie stanzine di palazzo querini con i pavimenti inclinati che rimbalzano, i corridoi affollati di studenti accampati in attesa dei ricevimenti, la certezza di trovare qualcuno con cui scambiare qualche parola.
ELUANA ENGLARO: IL PRIMO CASO DI OMICIDIO LEGALE IN ITALIA
Non può essere che questo il titolo di un comunicato stampa che dica la verità sulla intera vicenda
di Eluana. Non esistendo in Italia una legge sull’eutanasia, quello di Eluana è un omicidio
perpetrato per via legale, ottenuto cioè con l’autorizzazione dei giudici. Da oggi nel nostro paese si
potrà uccidere - quando si vorrà - malati stabili, cronici, inguaribili: pazienti in stato vegetativo,
pazienti in condizioni terminali, anziani non più utili alla società, insomma chiunque abbia
“presumibilmente” chiesto di poter morire e in condizioni di non poter più cambiare idea o di
chiedere aiuto, mediante la sospensione di acqua e cibo, magari dopo aver consultato un giudice.
E’ questa la società che volevamo, quella in cui vogliamo vivere?
I giudici hanno
- delegittimato la Costituzione Italiana
- agito contro il Codice Civile e contro il Codice Penale
Loro non saranno imputabili: immuni grazie all’autorità che gli è riconosciuta. Loro non saranno
imputabili: chi uccide in un altro modo sì.
Ci si deve domandare: “Come mai oggi il colpevole, colui che uccide, non è imputabile?”
La risposta è tutta nell’atteggiamento di bieco pietismo - tipico del nostro tempo - dietro il quale si
nasconde una logica per nulla nuova nella storia. Questa logica è la stessa adottata durante la
seconda guerra mondiale: oggi, per questa stessa logica ideologica, in nulla differente da quella di
allora, si eliminano i più deboli e gli indifesi.
Ha vinto una interpretazione del diritto della persona inteso come “autodeterminazione”, che
rappresenta una forzatura rispetto a quanto affermato nel Codice di Deontologia medica e nella
stessa Costituzione.
Hanno avuto la meglio la cattiva coscienza e la possibilità di arbitrio su chi è degno di vivere e chi
no.
Da questa logica è stata sfidata la saggezza della sovranità popolare che ha dato origine alla nostra
Costituzione, e la cultura che essa ha generato.
Questa logica alla fine ha prevalso.
Quanto è accaduto è tanto più preoccupante perché ormai nessuna legge potrà più essere rispettata:
ormai certi giudici aggirano le leggi - anche quelle esistenti - e creano una nuova era, quella
dell’etica del più forte sul più debole, con l’ausilio del diritto. Ma non eravamo partiti da una
giustizia uguale per tutti?
Non dovrebbe essere, questo, ancora oggi, lo scopo della giustizia?
Che vergogna.
Medicina e Persona
13 novembre 2008
undici su diciotto circa.
i banchi a ferro di cavallo hanno aiutato a ricostruire un elenco pseudoalfabetico che non sentivamo pronunciare da nove anni e, complice la tecnologia che a volte rima con nostalgia, ci siamo ritrovati nel parcheggio davanti a scuola.
c'era la femme fatale che fa la giornalista e mi ha recuperato con la sua micra alla stazione, sta con un argentino conosciuto nel bar dove lavorava sin dai tempi del liceo, quando il sabato mattina alla prima ora ronfava durante filosofia per recuperare il sonno perso dietro al bancone.
c'era il copywriter che deve ancora laurearsi e va in giro con un paio di occhialoni neri da intellettuale filosofo letterato e si stropiccia le mani mentre ti spiega le cose, proprio come faceva durante le interrogazioni di storia dell'arte e letteratura italiana.
c'era la collega rappre(sentante degli studenti insieme a me nella lista "le matite spezzate continuano a disegnare") che si è sposata con il suo moroso mr. oasis dei tempi del liceo e segue bambini sordomuti accompagnandoli dall'asilo al liceo.
c'era la stilista in erba con la pelle di velluto uscita dallo ied che ha odiato lavorare con dolce (stefano) e ora idolatra la sua nuova capa donatella (versace) per il piattume del suo naso e il suo volto simile a una vera opera plastica.
c'era la gallerista d'arte part time che nel tempo più o meno libero porta in giro per il mondo le persone e lavora per una società che organizza assaggi enogastronomici.
c'era la grafica pubblicitaria che lavora per un mobilificio brianzolo nel settore cataloghi e fiere e ogni tanto compare in qualche foto stile calendario (vestito) con il suo sorriso smagliante di sempre e la risata contagiante.
c'era lo sbruffone che al liceo non ha mai combinato niente ma ha le mani in pasta in mille giri tra politica e regione lombardia e o lo ami o lo odi (e io lo amo perchè insomma non è che ci fosse molta scelta con soli due maschi in classe).
c'era la quasi mamma che restaura mobili e l'anno scorso ha dato alla luce letizia maria, piccola creaturina vissuta solo mezzora ma tanto voluta e tanto amata, che tra poco avrà un fratellino che proteggerà e seguirà dal cielo.
c'era l'impiegata di banca che non si capisce come abbia fatto a finire in banca dopo il liceo artistico ma tant'è (e se la spassa anche, e ci va in bicicletta)
c'era la "flower artist" che dimostra come purtroppo chi esce dall'accademia nel 99% dei casi se la cava come riesce, con un lavoro di fiorista ereditato dalla famiglia e la flemma costante dal primo giorno della prima liceo.
mancava l'illustratrice freelance con un sacco di talento che si è appena trasferita a londra con il neomarito, la quasi avvocatessa aspirante miss padania che ha tirato un mega pacco all'ultimo minuto, la pazza con i capelli da medusa che è stata forse l'unica vera artista della classe e e poche altre pulzelle dal non ben precisato impiego e impegno.
dimenticavo... c'ero io, che proprio dal liceo non ho mai voluto andarmene, e ci sono ancora adesso.
grandi finestre danno su un palazzo elegante in centro, la luce e i rumori di una città per quanto piccola mi fanno compagnia da stasera. sono in una stanza in cui tutto rimbomba, arredata con un'accozzaglia di mobili risalenti agli anni '50-'60-'70-'80, tende carine e una luce rosata data dalle pareti salmone.
mi sono trasferita part time in quel di como, città lacustre malinconica già di per sè, insieme ad una mia collega.
è stato traumatico, a causa di una mamma che per il troppo bene non vuole lasciarmi andare, anche se part time, anche se poco lontano da casa.
sensi di colpa a parte, che mi attanagliano da settimane e faticano a lasciarmi stare, è una bella sensazione avere una stanza da dipingere, il cibo da comprare e cucinare, la sveglia non più a orari incredibili.
sono egoista? forse.
ho bisogno di distrarmi, mi mangerò una mela verde pensando al bel weekend passato con jefferson dopo i giorni bostoniani dell'estate, stavolta a zonzo nell'italia delle province, scoprendo scorci inaspettati di cortili medievali a due passi dal lago, dalla mia nuova casa, e viuzze sull'acropoli bergamasca in un dolce sole settembrino.
Qualche post fa avevo promesso di incollare un link dei video di chris, un amico di robertino incontrato sulle sponde del lago ontario. lui fa tutto: canta, suona, registra, monta e trasmette.
eccone uno. gli altri sono qui
Domani finisce la mia estate.
Per quanto non riprenda a lavorare a tempo pieno e con i consueti ritmi scolastici, da domani tornerò a scuola per gli scrutini degli esami di riparazione.
Non ho ancora messo la testa a posto, ma questa meraviglia di agosto caldo e assolato aiuta parecchio nel desiderio puntuale che l'estate non si fermi qui ma prosegua per un altro paio di mesi. Lo scorrere delle stagioni è piuttosto inesorabile, per quanto siamo sempre più abituati alle bizzarrie del clima. Ma le giornate si accorciano i raggi si inclinano e le temperature si abbassano, e d'improvviso ci si trova catapultati nell'autunno noioso dei banchi di scuola che puntuale arriva con le piogge e i primi maglioni. Eppure ogni anno io spero sempre che la terra inverta la sua rotazione e l'estate si blocchi sull'emisfero boreale. Sarebbe un bello scherzo poter saltare un inverno a piedi pari. Lo spero al punto che l'acqua del lago, che è più calda in questi ultimi giorni di bagni e di sole, mi sembra il preludio ad un'estate che sta arrivando, invece che andando. Ma sono gli scherzi di un lago che quest'anno è traboccato più volte con un nostalgico effetto acqua alta nella piazza di Como.
Oggi sono andata a visitare la Reggia di Venaria Reale, una magnifica accozzaglia di edifici realizzati tra Sei e Settecento poco fuori Torino, che una volta faceva parte della cosiddetta "corona di delizie" intorno alla città, da poco riaperta alla visita in tutto il suo splendore. Confesso che dopo tre settimane di Nuovo Mondo è stato piacevole posare gli occhi su rocailles, esedre piene di stucchi, intonaco dal bagliore accecante e profumati giardini all'italiana.
Stasera invece ho rivisto Peppo, l'esile e allo stesso tempo grande prof di disegno che ho avuto l'onore di incrociare nel mio percorso da studente. E' sempre così bello rivederlo. Un buon modo davvero, per trascorrere l'ultima sera di vacanza prima di tornare a "scuola".
sto perdendo il conto dei giorni, delle ore, delle stagioni. là estate qui autunno domani bagno al lago stasera prima freddo poi vento tiepido con la luna piena che filtra dalle nuvole, dalla scalinata della rotonda, la stessa luna che qualche giorno fa sorgeva non ancora piena dietro la collina di prospect park in faccia a dylan e ai piedi di un milione di stelle.
il jet lag fa parte dei souvenir che uno si porta dietro dalle vacanze. bene non riuscire ad abituarsi in fretta, dà l'idea della distanza che si è coperta, perchè in effetti ero distante. talmente distante che ho imparato a comporre le vocali accentate con l'apostrofo e a digitare la chiocciolina schiacciando maiuscolo+4 e ancora fatico a riprendere l'abitudine. talmente distante che ora ho una fame che ho tenuto a bada con patatine fritte insieme a paolo e un grappolo d'uva bianca gigante, ma che so che mi terrà sveglia fino alle quattro, fino a convincermi di piazzarmi sul divano a guardare qualche gara di qualificazione di lancio del peso in diretta dalla prima mattina di pechino.
le foto non sono mai abbastanza, almeno non tante quante quelle che ho registrato nel mio cervello.
io e jefferson nel giardino della house of the seven gables a salem, paese pieno di streghe cacciate e di musei sulla caccia alle streghe, case coloniali e parchi con spettacoli di danze ucraine messe in scena da piccole bimbe con mattarello e costume tradizionale.
le serate passate a discutere del terzo significato della vita, anche se non ricordo esattamente il secondo, e il ritorno a boston dopo quei dieci giorni di new york che hanno fatto sembrare la prima un paesino di campagna rispetto alla seconda.
guardo e riguardo il video di roberto che fa finta di parlare italiano: mi vengono le lacrime dalle risate e dalla nostalgia di tre città che ho vissute tutte dall'inizio alla fine. mi viene in mente la scenetta che abbiamo fatto alla biglietteria del museo di toronto: lui studente italiano di napoli che ha dimenticato il tesserino e non parla inglese, e io studentessa italiana di venezia che mendica uno sconto studenti per entrambi con il vecchio tesserino della mia università. il tutto per risparmiare due miseri dollari. sarebbe stata da filmare. la serata passata tra i dischi di tomaz e in bici con doug attraversando la città da sud a nord, dal lago al diner, concludendola con un sano sandwich con tanto di patatine fritte pucciate nel gravy.
o ancora mi viene in mente la serata a bloor street ascoltando le variazioni goldberg sul marciapiede su cui glenn gould sarà passato centinaia di volte prima e dopo averle suonate e registrate, finita alle quattro del mattino passando da bach a dylan a una gloomy sunday improvvisata e a decine di altri pezzi ascoltati sul divano senza che il sonno ci ordinasse di andare a dormire.
la spiaggia di nudisti gay dell'isola di toronto è stata un'esperienza, insieme a robert&robert, con le nostre belle bici e l'idea di fare un bagnetto nel gelo del lago ontario, dopo aver ascoltato accuratamente una coppia sui 50 anni, lui di origine italiana, lui di origine non si sa, mandarsi a quel paese con selezionate parole in dialetto misto calabrese e canadese.
il film in bryant park con jason leah kate e felton ed il grattacielo di renzo piano sullo sfondo e i tavolini pieni di cibo messicano, cracker e formaggio arancione, ananas e mirtilli, o ancora l'ultima cena newyorkese della bea che si è concessa (ed io con lei) un sano hamburger con patatine in un diner poco lontano da union square e che si è conclusa con una porcata degna dell'america a base di fonduta di cioccolato con frutta e marshmallow caramellati all'istante.
la gita a ellis island e liberty island della prof ila con la collega prof franci e alcuni alunni a new york per imparare l'inglese, con un cielo da film e i grattacieli di manhattan come tanti omini immobili ammassati per farsi ammirare tra i nuvoloni bianchi e l'acqua.
il viaggio di ritorno è stato triste come ogni viaggio di ritorno in cui non si vuol tornare. ma voglio tenere da conto l'oceano come specchio d'argento che riflette la luna e le finestre dei grattacieli di boston che brillano più delle stelle, un film ambientato a new york nei posti in cui ho camminato fino al giorno prima, un paio di canzoni che suonano continuamente nella mia testa ancora prima di suonare nelle orecchie, un'ultima cena con jefferson nell'ultima bettola del porto di boston che resiste imperterrita all'avanzare dei grattacieli tutto intorno.
due stelle cadenti ed altrettanti desideri espressi, una ventina di aerei sopra la mia testa e bob dylan e la sua band in prospect park, brooklyn. non male come ultima sera a new york.
vorrei fare ancora un milione di cose in questa citta' e in questa parte del mondo piu' in generale, ma mi resta solo il tempo per preparare un'enorme valigia, prendere un autobus per boston da chinatown (sono i piu' economici e non voglio sapere perche'), cenare con jefferson e salire su un paio di aerei.
oggi giro per harlem, shopping vario, mi sono quasi fatta fare le treccine africane nei capelli, sono entrata in punta dei piedi nel mondo di louise bourgeois al guggenheim e poco altro. che non e' poco.
da domani la niuiorchese torna al paesello. una sorta di ellis island al contrario. e ne parlero' , di ellis island. che in qualche caso bisognerebbe imparare da questi americani.
la fine del viaggio e' molto vicina e new york ha assorbito moltissime energie che non ho potuto usare per scrivere. i pensieri sono stati tanti, le parole da fermare ancora di piu'. gli occhi si sono riempiti di decine di opere d'arte, migliaia di persone formichine brulicanti per le strade, centinaia di grattacieli azzurrini verso i quali alzare lo sguardo.
andando a ritroso.
stasera cinema all'aperto in bryant park, sulla 42 strada, quasi rovinato da un temporale mattutino, ha solo fatto si' che il prato fosse chiuso perche' inzuppato e che noi ci sedessimo ai tavolini verdi che circondano il fazzolettino di erba. robert redford e' molto affascinante come candidato al senato per la california, e fa un certo effetto guardare la faccia sullo schermo in una specie di drive circondato da grattacieli illuminati e dalle luci della citta' che intorno continua a correre.
la giornata pero' e' stata dedicata prevalentemente a salire e scendere dalla subway, il 7th train, una sopraelevata che ti permette di fare il giro del mondo nel queens in un paio d'ore. dalla cina al vietnam passando per l'india, l'irlanda e l'america latina. rumore costante dello sferragliare dei vagoni sospesi sui lunghi ponti in ghisa verde, profumi di spezie e vetrine scintillanti, tentazioni culinarie dietro ogni angolo, ideogrammi cinesi, graffiti e cisterne d'acqua sui tetti piatti incatramati. e manhattan sullo sfondo, al di la' del fiume.
ieri domenica dedicata al vangelo, ma quello cantato nel mio quartiere. le funzioni protestanti durano due ore e mezza. per forza che hanno inventato i gospel. unica bianca tra i banchi stracolmi di donnone nere con l'abito della festa e le voci piu' sensuali e morbide che abbia mai sentito dal vivo, mi sono resa conto che andare in chiesa e cantare e' davvero una gioia. dovrebbe essere cosi' dappertutto. il reverendo, ovviamente nero, era un incrocio tra 2pac e un presentatore tv, grande oratore, nel suo quasi rap sul tema della pace intercalava ei-men e citazioni dal vecchio testamento, e lasciava volentieri spazio al coro in tunica bianca diretto da un incrocio ispanico-africano con baffetti alla clark gable e accompagnato da un organista molto simile a stevie wonder nell'approccio alla tastiera. una sorta di grande show della domenica, in cui il pubblico applaude costantemente e si scatena alle parole 'amate gesu'' o 'thank you lord', muovendo la testa su e giu' e rispondendo ad alta voce con un 'right' 'thatstrue' 'yougotit' and so on.
subway per downtown e frick collection nel pomeriggio, con un paio di tiziano, il tommaso moro di holbein e il san francesco che riceve le stigmate di bellini da togliere il fiato. tutti nella stessa sala. non contenta (e per scappare dalla pioggia) visto anche il whitney museum: arte americana di alto livello, con diversi hopper degni di nota, non fosse altro che per la sospensione del tempo che catturano in quegli interni e esterni cosi' americani, come se qualcosa fosse sempre in procinto di accadere ma non accade mai.
puntata a casa di kate, amica di jason e leah, sull'85 strada vicino alla lexington ave, seguito da un curry ultra super mega spicy al thailandese li' vicino. riparlero' del cibo e proseguiro' questo viaggio a ritroso, probabilmente da casa. e' l'ora di dormire, che domani si tenta dylan a brooklyn.
sono rimasta un po' indietro. nel frattempo ho preso un altro aereo e sono atterrata a new york. fa un certo effetto scrivere "sono a new york". fa molto figo soprattutto. perche' a new york tutto e' figo, tutti sono cool, ogni posto e' IL posto e anche se non ci sei mai stata ti senti a casa.
piu' precisamente la mia casa e' harlem, e faccio la pendolare a downtown ogni mattina. ieri sera sull'autobus per il ritorno (che e' piu' figo della metropolitana, se non altro perche' si vede cosa ti circonda) ero l'unica bianca. me ne sono accorta dopo un bel po', ma alla fine ho capito perche' tutti mi guardavano incuriositi...
oggi tappa al MET che ovviamente non ho finito di vedere, complici un contrattempo e un orario di chiusura scandaloso ( si puo' sbattere fuori la gente dal museo alle 5.15 del pomeriggio?). forse ci tornero' un altro giorno, se avro' finito la lista di cose da fare prima di mercoledi' prossimo. domani sono incerta se puntare sul MOMA o su qualcosa di piu' raccolto, come la frick collection o il guggenheim. andro' dove mi porta l'autobus.
ad ogni modo spero di smaltire le calorie che sto ingerendo soprattutto ultimamente. ieri sera un bel piatto gigante di nachos con chorizo e stasera con la bea in un diner a mangiare la sua ultima cena americana (ovviamente a base di hamburger e patatine), seguita da una cosa che mi vergogno a scrivere... c'e' questo posto attaccato a union square dove la cioccolata scorre a fiumi e si puo' ordinare la fonduta di cioccolato con banane fragole e marshmallow da scaldare sulla fiamma e intingere nel caramello. ebbene si', l'ho fatto anche io. il risultato e' una nausea per qualsiasi cosa abbia a che fare anche solo minimamente con il cioccolato (pure la carta stagnola) ma un pancino soddisfatto di tutte queste goloserie. del resto sono a new york... non posso di certo perdermele.
ho avuto una gloomy sunday, un gloomy monday e pure tuesday, ma mi sto impegnando per non pensarci troppo. del resto fa parte della bellezza del viaggio.
bene e' ora di dormire, domani altra giornatuccia pesante. spero di fare un salto a brooklyn.
non dimentichero' facilmente la serata passata a girovagare in bici con dug per toronto dopo una puntatina a casa di thomas, entrambi amici di roberto, con la collezione di vinili e cd piu' impressionante che abbia mai visto. davvero, non avrei potuto chiedere di meglio.
due fanatici di dylan, uno dei quali e' un intellettuale tendente al nerd, figlio di immigrati portoghesi, amico di feist e di un sacco di altri musicisti di toronto, mentre l'altro e' il classico canadese dei miei sogni (ma esistono i classici canadesi?), della serie che se solo non vivesse in canada me lo sposerei subito, ovviamente musicista, molto carino. mi ha proposto una serata a base di bicicletta, andando da ovest a est, da sud a nord, passando per la ciclabile in riva al lago ontario, un luna park chiuso, un ritrovo di veterani e i padiglioni della fiera di toronto con la CN tower colorata di lilla sullo sfondo.
siamo finiti in un 'diner', uno di quei posti che si vedono nei film, aperto 24 ore su 24, con il bancone e gli sgabelli allineati, i menu' unti come i piatti elencati, la tv accesa e una strana fauna di nottambuli. mi mancheranno anche le notti d'estate a toronto tra un paio di giorni..
eh gia', ieri sera ho visto un bel procione che frugava nella spazzatura. potresti scambiarli per gatti con delle magnifiche codone a righe, ma sono leggermente piu' grandi e soprattutto non sono molto friendly (almeno quelli che vivono in citta'). uff avrei tanto voluto prenderlo in braccio ma e' scappato, e roberto dice che sono un po' cattivi (oltre che un po' sporchini). mi mancano le puzzole i castori e gli orsi dopodiche' sono a posto, ma ho come l'impressione che qui a toronto sara' piu' difficile vederne.. intanto io continuo a macinare chilometri sulla bici. ieri sono passata davanti al rogers stadium c'erano i bagarini che vendevano biglietti per la partita a 10 dollari. non sono ancora salita sulla seconda torre piu' alta del mondo ma penso che lo faro' uno di questi giorni.